

di Peppe Papa
Sbandare sulla politica estera non è un buon viatico per chi si candida a guidare un Paese, a maggior ragione se fa parte dei sette grandi del pianeta ed è uno dei fondatori dell’Unione europea come l’Italia. Elly Schlein, la segretaria del Partito democratico non sembra avere le qualità, stando almeno a ciò che pensano gli adulti del partito. I pezzi grossi, quelli che l’hanno sostenuta e senza i quali, dopo aver perso il congresso tra gli iscritti, non l’avrebbe spuntata nemmeno con l’aiuto dei grillini e di quel mondo del movimentismo populista di sinistra sempre pronto a scendere in piazza, alle primarie che l’ha incoronata segretaria.
Dopo la triste prova, fornita l’altro ieri a Strasburgo, dove la linea del no al ReArmEu, presentato dalla von der Leyen, e imposta ai parlamentari europei del gruppo, diventata poi astensione, provocandone la spaccatura, è apparsa chiara la definitiva rottura della segretaria con il suo partito, nel senso della militanza politica e amministrativa organizzata sul territorio. La struttura su cui si regge tutto il resto, anche la possibilità di giocare sul doppio registro della responsabilità istituzionale e un certo radicalismo di maniera buono per i liceali riuniti in assemblea permanente. Ma a tutto c’è un limite, soprattutto quando si toppa su questioni importanti riguardanti le relazioni internazionali.
A niente sono serviti i suggerimenti arrivati da personalità non ostili come Romano Prodi, Paolo Gentiloni, Enrico Letta, o come Walter Veltroni che del Pd è stato il primo segretario. Lei non è stata ad ascoltare nessuno, “testardamente” affezionata alla sua idea – dicono che non parli con nessuno oltre la propria schiera – è andata avanti per la sua strada fino a far scoppiare la bolla in cui è vissuta fino a questo momento e che le ha fatto credere di potere aspirare, se c’era riuscita con il Pd, a dirigere l’Italia. E, invece, si è ricominciato a parlare insistentemente di congresso e qualcuno si è spinto fino a dichiararla, pubblicamente, inadeguata a una eventuale carica di premier.
L’ex senatore, Luigi Zanda, un importante pezzo di storia Dem, lo ha affermato, senza peli sulla lingua, dalla Gruber a “Otto e mezzo” su La7 l’altra sera, parlando anche della necessità di “un congresso, innanzitutto sulla politica estera dove non si può stare come in una palude, senza cioè cogliere e fare propri i cambiamenti”. Insomma, servono attributi, esperienza e padronanza politica, esattamente ciò su cui Schlein sembra appunto deficitaria.
“Il Pd, un grande partito, deve argomentare dove vuole stare con una discussione che sino ad ora non c’è stata” ha aperto le dolenze Lia Quartapelle che ha trovato la condivisione di Piero Fassino e di Marianna Madia la quale ha sottolineato “la necessità di discutere e capire. Non possiamo fare tutto questo stando zitti o con un mezzo voto. Congresso o direzione, va bene tutto, basta che ci sia una discussione”. Anche Gianni Cuperlo ha convenuto che “c’è bisogno di una discussione seria“, mentre Andrea Orlando, pure lui, ha invocato un congresso, ma “tematico” che “potrebbe essere utile per portare la discussione fuori dal gruppo dirigente per chiarirsi le idee”.
Con queste premesse, considerando anche il silenzio rumoroso di Dario Franceschini – uno dei suoi principali sponsor -, appare difficile per la segretaria, in specie dovesse fallire alle prossime amministrative e ai referendum a maggio o, peggio ancora, alle regionali in autunno, mettere piede da vincitrice a Palazzo Chigi: rimarrà probabilmente sfrattata dal Nazareno e dovrà cercasi un altro lavoro. E lasciar fare a chi è del mestiere.