

di Alfio Mancini
C’è qualcosa di irresistibilmente tragicomico nel modo in cui la sinistra italiana affronta ogni appuntamento politico: più il tema è serio, più il campo si divide, si interroga, si analizza fino a dissolversi. Stavolta tocca al referendum sulla giustizia, e il copione non delude: Renzi che dice “nì”, il Pd che va in ordine sparso, i riformisti che predicano coerenza mentre fanno l’esatto contrario.
Il quesito – la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri – avrebbe potuto essere, per esempio, il terreno ideale per una posizione riformista netta. Invece, a prevalere è stato finora il dilemma tra il “sembrare troppo vicino alla destra”, o meglio rimandare il problema, ché “il tema è complesso”, a data da destinarsi.
Matteo Renzi, che di referendum ahi lui ne sa qualcosa, questa volta sceglie il passo felpato: ammette che la riforma è “giusta nei principi ma irrilevante nei numeri”, riconosce che “la separazione delle carriere è un tema liberale”, però aggiunge che “questa non è la riforma che serve all’Italia. È una riformicchia” Tradotto dal renziano: non ci credo abbastanza da dirvi sì, ma nemmeno così poco da dirvi no. Insomma, un “nì” ben calibrato, il perfetto compromesso fra tattica e sopravvivenza politica.
Nel frattempo, nel Partito Democratico si apre la consueta fiera dei distinguo. La segretaria Schlein schiera il partito sul No, in difesa dell’indipendenza della magistratura, ma molti dirigenti dell’area riformista e non solo, mugugnano. C’è chi, come Guerini, ricorda che la separazione delle carriere era un cavallo di battaglia del centrosinistra di un tempo – quando la parola “riforma” non faceva ancora paura. Altri preferiscono la linea dell’equidistanza: “Discutiamone, ma non ora”.
Il risultato? Un partito che si muove come un’orchestra senza spartito: ogni sezione suona la propria nota, e il direttore d’orchestra fa finta che vada tutto bene. Da un lato, i garantisti che ammiccano al Sì; dall’altro, i giustizialisti travestiti da difensori dello Stato di diritto; in mezzo, una galassia di dubbiosi che oscillano tra il calcolo elettorale e il terrore di essere fraintesi.
I riformisti dem, poi, sono quelli messi peggio. Da anni rivendicano di voler “modernizzare la giustizia”, ma appena qualcuno propone qualcosa, si paralizzano. Se votano Sì, li accusano di aiutare Meloni; se votano No, li accusano di essere prigionieri delle toghe. È il classico paradosso della sinistra riformista del Pd: invocare il cambiamento, ma solo a condizione che se ne occupi qualcun altro.
Nel frattempo, il governo osserva con un mezzo sorriso. La maggioranza di centrodestra, unita e disciplinata, porta avanti la sua battaglia come se fosse una formalità. L’opposizione, invece, discute sul tono da usare nei comunicati stampa, mentre Meloni parla di “giustizia più equa e trasparente”.
Con questo andazzo, quando arriverà il giorno del voto, gli italiani troveranno un fronte unito solo da una cosa: la confusione. Renzi, che dirà di aver avuto ragione in ogni caso; il Pd, che tenterà di spiegare perché il suo No non è un Sì, ma nemmeno un no pregiudiziale; i riformisti contriti, che scriveranno editoriali indignati su come “la sinistra non parli più del merito”.
Vada come vada, alla fine, resterà l’impressione di una sinistra riformista e liberale italiana, ormai incapace di distinguere tra identità e tattica, tra coraggio e prudenza. In nome del “posizionamento”. Il dibattito stucchevole, poi, se indossare la giacca del Sì o la cravatta del No è la perfetta metafora di un centrosinistra vestito per un appuntamento importante, ma che non sa più con chi deve uscire.