

di Peppe Papa
Nel Partito democratico c’è un solo vero tema di discussione, ma tutti fingono che siano almeno dieci. Parlano di linea politica, di identità, di futuro del centrosinistra, e intanto il vero nodo è lì, scritto nero su bianco nello Statuto, e brucia come un promemoria lasciato sul frigorifero: il terzo mandato.
Già, perché l’Articolo 28, comma 3 è più severo di un professore di diritto pubblico al primo anno: “Non è ricandidabile chi ha ricoperto la carica per tre mandati consecutivi”. Fine della storia. O meglio: fine della storia per chi, nel Pd, sogna di restare in Parlamento fino alla pensione… contributiva, ovviamente.
Peccato che i numeri siano impietosi. Alla Camera 20 deputati su 70 hanno già raggiunto il limite; al Senato sono 17 su 36. Uno stillicidio di big, nomi noti, volti che hanno popolato talk show, corridoi di Montecitorio e riunioni di corrente. Ascani, Boldrini, Braga, Cuperlo, De Micheli, Orfini: un elenco che somiglia più alla formazione di una squadra di vecchie glorie sella Serie A che a un vivaio progressista.
Poi ci sono i casi umanamente commoventi di Fassino e Tabacci, sette legislature ciascuno, delle vere cariatidi di Montecitorio, finora inamovibili. Al Senato il capogruppo Boccia è già a quattro mandati – dettaglio non irrilevante, dato che dovrebbe guidare i senatori verso il “nuovo ciclo” – mentre Casini è a quota undici. Undici, l’ultima con il Pd.
E non è finita: a rischiare il taglio ci sono anche gli esperti veri, gli economisti Misiani e Parrini, o l’immarcescibile Walter Verini, il “dotto della giustizia”. Insomma, un pezzo di quello che nel Pd definirebbero “capitale umano” e che in altri ambienti si chiamerebbe semplicemente classe dirigente incollata allo scranno parlamentare.
Per carità, Schlein lo aveva detto dall’inizio: “svecchiare”, aprire ai giovani, cambiare passo. E infatti i nomi che vorrebbe valorizzare hanno un altro profumo, quello delle generazioni che non hanno ancora avuto il tempo di stancare gli italiani: Virginia Libero, Mia Diop, Paolo Romano, Jasmine Cristallo, Tiziana Elly, Tommaso Sasso. Un misto di ex Sardine e Occupy Pd, ricordate? Proprio Sasso, in vena di impellenti ispirazioni economiche, ha dichiarato al Foglio: “La patrimoniale sarebbe un atto di civiltà”. E se questo è l’antipasto, si può immaginare il menù completo dei virgulti schleiniani.
Il problema, però, è il solito: in politica le regole esistono, ma sono un corollario e si trova sempre il modo di far finta che non ci siano. Una tradizione nobile, quasi classica, alla quale i Dem non si sono mai sottratti. In passato deroghe sono state concesse per segretari, ministri, figure di particolare rilevanza. E guarda caso, chi decide se concederle ancora? La segretaria stessa, ovviamente. È lo statuto, bellezza.
Ecco allora che il quadro improvvisamente si ricompone. I riformisti più ostili a Schlein, quelli che fino a ieri sbattevano i pugni sul tavolo gridando “congresso anticipato!”, si stanno ricalibrando con la grazia di un gatto sul tappeto persiano. Sanno che una parola sbagliata potrebbe significare la fine del proprio viaggio di professionisti d’Aula, meglio ammorbidire i toni, meglio fare quadrato, meglio soprattutto non irritare chi può salvarti la carriera.
Così nasce il correntone pro-Schlein, tutti dentro: un fronte improvvisamente coeso, che nelle dichiarazioni parla di responsabilità e unità, ma nella realtà ha una motivazione lievemente più concreta, diciamo meno romantica: salvare lei per salvare sé stessi. Il tutto condito dall’ennesimo paradosso dem: chi dovrebbe rappresentare il rinnovamento è circondato da chi del rinnovamento ha un terrore quasi metafisico, soprattutto se incarnato dalla giovane segretaria movimentista.
Ma se Schlein è la barca, e la deroga è il salvagente, ecco spiegato il nuovo entusiasmo per la segretaria. Alla fine, il Pd conferma una sua grande coerenza: fra ideali e poltrone, non c’è nemmeno partita. E infatti la domanda non è più “che cosa farà il partito?”, ma “quanti riusciranno a farsi salvare da Schlein?”. Il titolo del film è fatto: “Blindare la segretaria per blindare la poltrona”. Il resto sono chiacchiere.