

di Peppe Papa
Se non fosse per Matteo Renzi, che quotidianamente martella il governo e Giorgia Meloni con una continuità sconosciuta al resto delle opposizioni, la presidente del Consiglio potrebbe dormire sonni ancora più tranquilli. A oggi, infatti, Palazzo Chigi sembra destinato a restare nelle mani della destra anche dopo le prossime elezioni.
Il centrosinistra appare prigioniero di sé stesso: impegnato a rincorrere slogan identitari e parole d’ordine gradite al proprio elettorato più radicale, ma incapace di costruire una credibile alternativa di governo. Manca una leadership riconosciuta, manca una visione condivisa e, soprattutto, manca una risposta convincente alla domanda fondamentale: cosa farebbe il giorno dopo aver vinto le elezioni?
Nel frattempo, dei riformisti si sono quasi perse le tracce. Le eccezioni sono poche e sempre più isolate: Renzi, dicevamo, fuori dal Pd; Elisabetta Gualmini, Marianna Madia e, da ultimo, Pina Picierno (tutte donne sarà un caso?), critiche verso la trasformazione impressa da Elly Schlein a un partito sempre più movimentista e sempre meno vocato al governo.
La linea scelta dalla segretaria democratica sembra orientata soprattutto alla ricerca del consenso immediato, comunque sia, che alla costruzione di una proposta istituzionale capace di competere con quella della destra. Eppure, sarebbe proprio questo il compito di una forza che ambisce a guidare il Paese: offrire una visione della società all’altezza della complessità del presente, interpretare le paure e le aspettative dei cittadini, indicare una direzione.
È esattamente ciò che, nel bene e nel male, Meloni riesce oggi a rappresentare per una parte significativa degli italiani. I sondaggi continuano a premiarla nonostante gli errori, le contraddizioni e risultati di governo mediocri e inferiori alle aspettative create. La sua forza, è evidente, non deriva dai propri meriti, ma dall’assenza di un’alternativa percepita come credibile.
Per questo servirebbe uno scatto politico che solo la componente liberal e socialdemocratica del campo progressista potrebbe imprimere. Una componente che oggi appare dispersa, frammentata, incapace di fare massa critica.
Al posto dell’interminabile competizione tra Schlein e Conte per la leadership dell’opposizione — come se per loro vincere le prossime elezioni fosse solo un dettaglio trascurabile — servirebbe una figura autorevole capace di riportare il confronto sul terreno della realtà, del governo e delle riforme. Qualcuno in grado di interrompere la gara tra i due campioni della ‘purezza’ politica e di parlare a quell’Italia moderata, produttiva ed europeista che continua a non sentirsi rappresentata.
Che possa essere Renzi o qualcun altro è questione secondaria. Il problema è che, al momento, quel qualcuno non si vede. Eppure, un’opinione pubblica sensibile ai temi del riformismo esiste. Esistono amministratori locali, associazioni civiche, movimenti e persino una galassia di piccoli partiti che occupano stabilmente lo spazio tra l’1 e il 3 per cento. Ciò che manca è la capacità di superare personalismi, diffidenze e rivalità.
Un fenomeno che, più che alla scienza politica, meriterebbe forse l’attenzione della psicanalisi. Perché la frammentazione del riformismo italiano sembra ormai una coazione a ripetere: tutti ne denunciano i limiti, nessuno riesce a liberarsene. Nel frattempo, Giorgia Meloni osserva e incassa. E il tempo, almeno per ora, gioca dalla sua parte.