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Settembre 26, 2026

Al Trianon Viviani la memoria diventa danza: in scena “Samia”

Adriano Bolognino apre la rassegna contemporanea con la storia di Samia Yusuf Omar, atleta somala morta nel viaggio verso l’Europa

di Serena Cirillo

Il Teatro Trianon Viviani apre la sua rassegna di danza contemporanea con un lavoro che sceglie la memoria come materia scenica e la trasforma in poesia del corpo, dichiarando fin dalla prima serata l’ambizione culturale dell’intera programmazione. “Samia“, firmato dal coreografo Adriano Bolognino per la produzione Korper, non è solo lo spettacolo d’apertura: è un manifesto di intenti per l’intera rassegna, capace di restituire dignità a una storia di cronaca senza mai scivolare nella retorica o nel facile pietismo.

Il lavoro racconta la vicenda vera di Samia Yusuf Omar, giovane atleta somala morta nelle acque di Lampedusa mentre cercava di raggiungere l’Europa e coronare il sogno olimpico. Un episodio che Bolognino trasforma in un inno a chiunque combatta contro un destino che vorrebbe apparire già scritto, rivendicando l’autodeterminazione contro le disuguaglianze imposte da società e politica.

Sul palco, sei corpi si fanno voce collettiva di questa vicenda: Giovanni Karol Borriello, Laura Miotti, Laura Dell’Agnese, Ines Giorgiutti, Cristina Roggerini e Raffaella Esposito restituiscono con intensità fisica una vita spezzata, simbolo di un’urgenza ancora attualissima. Nelle note di regia, lo stesso Bolognino scrive parole che suonano come manifesto: nonostante la lotta per l’uguaglianza, “non siamo ancora tutti uguali. Eppure, tutti, ancora, desideriamo. Corriamo“.

Classe 1995, napoletano, Bolognino si è imposto sulla scena italiana per uno stile riconoscibile, fatto di precisione e delicatezza, capace di cercare la bellezza nei movimenti più semplici e puri. In “Samia” costruisce un’azione fisica intensa, fatta di migliaia di micromovimenti che, pur interrotti e frammentati, finiscono per confluire in una composizione unitaria, astratta nel singolo gesto ma emotivamente leggibile nell’insieme. Ricorre il gesto del braccio alzato, che muta significato nel corso dello spettacolo: prima saluto di speranza, dell’atleta che lascia il proprio paese in cerca di gloria; poi richiesta d’aiuto durante il naufragio, quando la speranza si rovescia in disperazione. E poi la corsa, ripresa ciclicamente dalle danzatrici: nonostante ostacoli e interruzioni, si torna sempre a correre, perché raggiungere la meta resta l’unica cosa che conta.

A sostenere la costruzione drammaturgica sono le musiche originali di Vito Pizzo, cui si affianca nel finale “Adios, Florida” degli A Winged Victory for the Sullen, sonorità minimaliste che non appesantiscono un movimento già denso di senso. Lo spazio scenico resta volutamente vuoto, secondo la cifra stilistica di Bolognino: a raccontare la storia sono i costumi di Rosaria Di Maro, con interventi di Andrea Bolognino, variazioni raffinate sul tema del costume da nuotatrice, e le luci di Gianluca Sacco, capaci di trasportare lo sguardo in profondità quasi subacquee. Il montaggio scenico, tra primi piani e campi lunghi, evoca un fluire cinematografico vicino all’iconografia sportiva.

Il contributo interpretativo delle cinque danzatrici e un danzatore è magnifico, e il tessuto compositivo dell’opera si rivela di rara compattezza. Si esce dalla sala con gli occhi pieni di una bellezza insieme tragica e vitale, e con la sensazione di aver assistito a qualcosa che va oltre la cronaca. Perché “Samia” non racconta soltanto un naufragio: racconta un braccio che si alza, sempre, comunque, che sia per salutare una partenza o per implorare salvezza. Racconta una corsa che ricomincia a ogni caduta. Come se la danza, in quell’ostinato ripetersi di gesti, potesse restituire a Samia ciò che il mare le ha tolto: non la vita, che nessuna scena può restituire, ma il diritto di continuare a correre, per sempre, negli occhi di chi guarda.

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