
di Serena Cirillo
Il Teatro Trianon Viviani apre la sua rassegna di danza contemporanea con un lavoro che sceglie la memoria come materia scenica e la trasforma in poesia del corpo, dichiarando fin dalla prima serata l’ambizione culturale dell’intera programmazione. “Samia“, firmato dal coreografo Adriano Bolognino per la produzione Korper, non è solo lo spettacolo d’apertura: è un manifesto di intenti per l’intera rassegna, capace di restituire dignità a una storia di cronaca senza mai scivolare nella retorica o nel facile pietismo.
Il lavoro racconta la vicenda vera di Samia Yusuf Omar, giovane atleta somala morta nelle acque di Lampedusa mentre cercava di raggiungere l’Europa e coronare il sogno olimpico. Un episodio che Bolognino trasforma in un inno a chiunque combatta contro un destino che vorrebbe apparire già scritto, rivendicando l’autodeterminazione contro le disuguaglianze imposte da società e politica.
Sul palco, sei corpi si fanno voce collettiva di questa vicenda: Giovanni Karol Borriello, Laura Miotti, Laura Dell’Agnese, Ines Giorgiutti, Cristina Roggerini e Raffaella Esposito restituiscono con intensità fisica una vita spezzata, simbolo di un’urgenza ancora attualissima. Nelle note di regia, lo stesso Bolognino scrive parole che suonano come manifesto: nonostante la lotta per l’uguaglianza, “non siamo ancora tutti uguali. Eppure, tutti, ancora, desideriamo. Corriamo“.
Classe 1995, napoletano, Bolognino si è imposto sulla scena italiana per uno stile riconoscibile, fatto di precisione e delicatezza, capace di cercare la bellezza nei movimenti più semplici e puri. In “Samia” costruisce un’azione fisica intensa, fatta di migliaia di micromovimenti che, pur interrotti e frammentati, finiscono per confluire in una composizione unitaria, astratta nel singolo gesto ma emotivamente leggibile nell’insieme. Ricorre il gesto del braccio alzato, che muta significato nel corso dello spettacolo: prima saluto di speranza, dell’atleta che lascia il proprio paese in cerca di gloria; poi richiesta d’aiuto durante il naufragio, quando la speranza si rovescia in disperazione. E poi la corsa, ripresa ciclicamente dalle danzatrici: nonostante ostacoli e interruzioni, si torna sempre a correre, perché raggiungere la meta resta l’unica cosa che conta.
A sostenere la costruzione drammaturgica sono le musiche originali di Vito Pizzo, cui si affianca nel finale “Adios, Florida” degli A Winged Victory for the Sullen, sonorità minimaliste che non appesantiscono un movimento già denso di senso. Lo spazio scenico resta volutamente vuoto, secondo la cifra stilistica di Bolognino: a raccontare la storia sono i costumi di Rosaria Di Maro, con interventi di Andrea Bolognino, variazioni raffinate sul tema del costume da nuotatrice, e le luci di Gianluca Sacco, capaci di trasportare lo sguardo in profondità quasi subacquee. Il montaggio scenico, tra primi piani e campi lunghi, evoca un fluire cinematografico vicino all’iconografia sportiva.
Il contributo interpretativo delle cinque danzatrici e un danzatore è magnifico, e il tessuto compositivo dell’opera si rivela di rara compattezza. Si esce dalla sala con gli occhi pieni di una bellezza insieme tragica e vitale, e con la sensazione di aver assistito a qualcosa che va oltre la cronaca. Perché “Samia” non racconta soltanto un naufragio: racconta un braccio che si alza, sempre, comunque, che sia per salutare una partenza o per implorare salvezza. Racconta una corsa che ricomincia a ogni caduta. Come se la danza, in quell’ostinato ripetersi di gesti, potesse restituire a Samia ciò che il mare le ha tolto: non la vita, che nessuna scena può restituire, ma il diritto di continuare a correre, per sempre, negli occhi di chi guarda.