
di Annalisa Pinto
C’è qualcosa di irresistibilmente comico, se non fosse politicamente drammatico, nella strategia con cui Elly Schlein e Giuseppe Conte stanno preparando la prossima sfida elettorale. I sondaggi li danno davanti al centrodestra, hanno di fronte un governo che dopo anni di potere non può certo contare sull’effetto novità e, teoricamente, dovrebbero limitarsi a fare una cosa semplicissima: costruire un’alternativa credibile, mettere in fila un programma e presentarsi agli italiani come una squadra capace di governare.
E invece no. Hanno deciso di fare l’esatto contrario. Si stanno dedicando con encomiabile applicazione alla disciplina nella quale il centrosinistra italiano ha raggiunto, negli anni, livelli olimpionici: complicarsi la vita quando la vittoria sembra a portata di mano. La gara, questa volta, è soprattutto tra loro due. Conte vuole le primarie. Schlein non le vuole davvero. Conte pretende che Schlein faccia un passo indietro. Schlein non ha nessuna intenzione di farlo. Conte guarda con sospetto i centristi, quelli di Renzi soprattutto. Schlein sa che senza una parte di quel mondo il cosiddetto campo largo rischia di diventare un campo stretto, molto stretto. Conte sull’Ucraina continua a parlare una lingua che mette in imbarazzo il Pd. Schlein deve continuamente spiegare agli alleati e agli elettori dove finisca la linea del Movimento e dove cominci quella del futuro governo.
E intanto Giorgia Meloni può permettersi il lusso di guardare lo spettacolo dalla platea. Il paradosso è quasi perfetto: il centrosinistra rischia di perdere un’elezione che potrebbe vincere per un motivo molto semplice: sta trasformando la competizione con la destra in una guerra civile interna. Conte, naturalmente, non ha alcuna intenzione di rinunciare alla partita delle primarie. Anzi, ne ha fatto ormai una questione identitaria. Le invoca, le agita, le mette sul tavolo come se fossero il giudizio universale sulla legittimità della futura leadership progressista. Per lui il meccanismo è perfetto.
Se vince, diventa il capo riconosciuto del campo alternativo a Meloni. Se perde di misura, può trasformare la sconfitta in una cambiale politica: il problema sarà di Schlein, che dovrà convincere l’elettorato grillino, tenere insieme una coalizione litigiosa e soprattutto dimostrare di essere in grado di trasformare una vittoria alle primarie in una vittoria alle politiche. In entrambi i casi, Conte si è già apparecchiato il tavolo. La proposta del “facciamo un passo indietro tutti e due e troviamo un terzo nome”, poi, ha il fascino delle soluzioni che nascono già sapendo che non verranno mai adottate. Perché Conte conosce Schlein. Sa benissimo che la segretaria del Pd non ha conquistato il partito per consegnare ad altri il biglietto per Palazzo Chigi. E sa altrettanto bene che chiederle di rinunciare alla candidatura significa metterla davanti a un aut-aut dal quale può uscire soltanto male.
Un gioco di prestigio politico nel quale il prestigiatore non deve neppure estrarre il coniglio dal cilindro: basta indicare Schlein e aspettare che si impicchi da sola. Il problema è che anche Schlein sembra voler giocare allo stesso gioco. Perché la segretaria del Pd ha costruito la propria leadership sulla convinzione che il segretario del principale partito della coalizione debba essere naturalmente il candidato alla guida del governo. Una concezione molto lineare, quasi geometrica: si conquista il partito, si conquista la coalizione, si conquistano le elezioni e infine Palazzo Chigi. Fine del percorso. Niente deviazioni, niente supplenze, niente “terze vie” inventate nei retrobottega della coalizione.
E qui torna il problema delle primarie. Schlein teme, probabilmente a ragione, che trasformarle in una sorta di plebiscito tra lei e Conte significhi consegnare al leader grillino una tribuna enorme. Conte, invece, sa che proprio quella tribuna potrebbe diventare il trampolino ideale per ridimensionare Schlein. Per questo i due continuano a contendersi non soltanto la leadership, ma persino le regole con cui dovrebbe essere scelta. Prima ancora di discutere di come governare l’Italia, stanno discutendo di chi debba avere il diritto di sedersi a capotavola. Un dettaglio non proprio secondario.
Poi c’è l’Ucraina, altro magnifico esempio della capacità del campo largo di fabbricarsi problemi da solo. Conte insiste su una linea che continua a creare una frattura profonda con il Pd. E non si tratta di una questione ornamentale, buona per qualche convegno sulla pace. Quando si parla di guerra, sicurezza europea, rapporto con la Nato e sostegno a Kiev, si parla della credibilità internazionale di un eventuale governo. E qui la contraddizione è gigantesca. Come si può chiedere agli italiani di affidare il governo del Paese a una coalizione che ancora deve chiarire quale sia la propria posizione sulla principale crisi geopolitica europea? Eppure, anche su questo, anziché cercare una sintesi, Schlein e Conte sembrano impegnati a marcare il territorio. Conte parla alla propria base, Schlein lo stesso.
Infine, i centristi. Ed è qui che la commedia diventa quasi surreale. Perché il campo largo dovrebbe allargarsi per vincere. Ma ogni volta che qualcuno prova ad allargarlo davvero, spunta un veto, una diffidenza, un distinguo, una pregiudiziale. Conte non vuole Renzi. Una parte del Pd sa che senza un pezzo dell’area riformista e centrista la coalizione rischia di perdere voti decisivi. Schlein deve tenere insieme sensibilità inconciliabili. Nel frattempo, il centrodestra non ha alcun interesse a interrompere questo magnifico spettacolo, con una coalizione che, piaccia o no, ha almeno una caratteristica che al campo largo continua a mancare: sa chi comanda. Insomma, il problema del centrosinistra non è soltanto Conte. Non è soltanto Schlein. È la loro somma. E allora la domanda non è più se il campo largo possa vincere. La domanda, molto più prosaica, è un’altra: riusciranno Schlein e Conte ad arrivare alle elezioni senza aver già fatto tutto il necessario per perderle?